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Nei tempi passati la condizione di salute è spesso stata considerata, soprattutto nei paesi occidentali, come una fase di passaggio verso la malattia o come una fase fra una malattia e l’altra.
Solo in tempi relativamente recenti l’attenzione nei confronti della prevenzione ha cambiato questo concetto e lo stato di salute è diventato un bene che è possibile mantenere e che viene ampliato alla intera condizione psico-fisica (qualità di vita).
In questo ambito, anche quando la patologia ha già manifestato i suoi effetti, l’operato del medico e della scienza medica dovrebbe arrivare a fare in modo che quel bisogno in futuro non si ripresenti e questo può avvenire in parte grazie alle qualità bio-meccaniche dei materiali e alle procedure usate per la terapia, ma in gran parte anche grazie alla prevenzione, in questo caso non della malattia, ma del riammalarsi.
Per quanto, però, questi concetti siano più o meno entrati nel quotidiano, “praticare” la prevenzione rimane un esercizio difficile che, non essendo spinto da un bisogno immediato, rimane uno sforzo di volontà.
Infatti, alla fine, la percentuale di persone che seguono programmi preventivi su base volontaria è bassa, anche perché spesso a dispetto di una alta efficacia di queste metodiche si associa un bassissima efficienza spesso dovuta alla difficoltà oggettiva che richiede la pratica della prevenzione. (Per fare un esempio, è inutile prescrivere come strumento di pulizia interdentale il filo, strumento efficacissimo ma altrettanto complicato da usare, se il paziente poi non lo usa o lo usa male perché richiede troppo tempo e grande manualità.)
Anche in questo ambito, allora, la prima necessità dovrebbe essere di informare in dettaglio sugli scopi e le finalità della prevenzione per poter arrivare, sempre in alleanza con il paziente, a definire una metodica di prevenzione che tenga conto dei bisogni individuali e della realtà che circonda il paziente.
In odontoiatria gli strumenti e le metodiche di prevenzione sono ormai ben conosciute così come ben provata è la loro capacità di ridurre praticamente a zero il rischio di ammalare di carie o di parodontite (malattia conosciuta come piorrea che colpisce la gengiva e l’osso che sostiene il dente).
Questo grazie al fatto che è ormai da tempo nota la causa di queste malattie che è esclusivamente legata alla placca batterica.
Modernamente, infatti, si tende a considerare la carie di un dente o il formarsi di una tasca ossea non come la malattia, ma come un sintomo, mentre la vera patologia sta all’interno della placca batterica che ognuno di noi sviluppa in modo differente e nella quale si possono concentrare in alta quantità specie microbiche particolarmente aggressive.
Oggi, soprattutto per la patologia cariosa, siamo in grado con semplici test di individuare la presenza di questi batteri e di verificare il grado di rischio individuale e poter quindi “mirare” la necessità di prevenzione del singolo paziente.
Si capisce, allora, come anche in questo ambito la prima necessità sia di informare in dettaglio sugli scopi e le finalità della prevenzione e arrivare, sempre partendo dalle esigenze dei pazienti, a definire una metodica di prevenzione che tenga conto dei bisogni individuali, ma anche di una quotidianità nella quale far entrare queste nuove abitudini.
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