Quando mi stanno per curare qualcosa, e quindi, a mia volta, divento un paziente, quattro sono le cose che spero:
che la terapia che abbiamo scelto sia proprio la più ideale per me e per il mio caso;
che sia quella che ha le più alte probabilità di funzionare;
che nessun errore intervenga a complicare le cose e che, se comunque dovesse capitare, sia rimediabile;
ed infine che non intervenga la sfortuna.
Da medico-curante questa scala non cambia e se devo cercare di riassumere il percorso terapeutico ideale questi si sintetizza in:
offrire terapie e procedure terapeutiche che diano le più alte probabilità di successo riducendo il rischio di possibile errori a zero e dare allo studio una organizzazione conseguente.
Il problema centrale, quindi, è, scelta una terapia, quali procedure adottare, in pratica, quali passaggi seguire per eseguire il tipo di cura decisa
Una volta lo strumento principale che guidava in questo ambito era quasi esclusivamente legato all’esperienza personale del medico, esperienza che determinava quello che comunemente veniva chiamato il “senso clinico”, una specie di sesto senso che a volte assomigliava a qualcosa di più vicino alla “magia” che alla biologia.
Oggi, fra i moderni strumenti che la medicina si sta dando, vi è anche un modo per aiutare medici e pazienti ad avere qualcosa di più oggettivo e più facilmente valutabile su cui basarsi.
Questi è la “Evidence Based Medicine” (EBM) che in italiano è tradotto efficacemente con il termine “Medicina delle prove di efficacia” ( a chi interessasse www.gimbe.org ), strumento che è diventato il principale riferimento di questo studio per organizzare il percorso terapeutico del paziente.
Nel 1992 l’American Medical Association definisce l’EBM come: “il consapevole esplicito e giudizioso uso delle migliori prove disponibili nel prendere decisioni riguardanti il singolo paziente. La pratica dell’EBM significa integrare l’esperienza clinica del sanitario con le migliori prove disponibili ottenute da una ricerca sistematica.”
Nel 1996 Sackett amplifica questa definizione sottolineando ancora di più come l’EBM guidi le decisioni clinico-terapeutiche “attraverso l’integrazione tra l’esperienza del medico e l’utilizzo delle, relativamente alla accuratezza dei test diagnostici (compreso l’esame fisico) alla potenza dei fattori prognostici, all’efficacia/sicurezza dei trattamenti preventivi, terapeutici, riabilitativi.”
Quando si parla di “migliori evidenze scientifiche disponibili“ ci si riferisce a pratiche terapeutiche che abbiano provato la loro efficacia ed assenza di effetti collaterali attraverso studi clinici eseguiti secondo criteri approvati dalla comunità scientifica internazionale.
In pratica, quindi, da una parte l’ebm consente di selezionare una serie di fonti attendibili e affidabili a cui fare riferimento per risolvere un certo tipo di problema di salute, dall’altra obbliga il medico ad adeguarsi al singolo caso in modo da poter far ricadere queste conoscenze sullo specifico problema clinico, e quindi sullo specifico paziente, che gli si presenta.
Questa procedura richiede grande attenzione nella fase di progettazione e, di conseguenza, è importante prendere tutto il tempo che necessita per studiare bene il caso e le diverse implicazioni terapeutiche.
Passando poi alla fase operativa, vista la grande quantità di informazioni e di fonti alle quali bisogna fare riferimento è difficile che una sola persona riesca a raccogliere in se tutte le competenze necessarie per risolvere tutti i problemi.
Il ciclo di cura è, infatti, spesso composto da diverse fasi terapeutiche che per la loro specificità altrettanto spesso richiedono conoscenze specifiche. Ecco perché, come abbiamo già visto, è importante che vi siano più operatori che associno una competenza superspecialistica ad una base comune di competenza generale.
La presenza di più operatori che intervengono sullo stesso paziente e sullo stesso bisogno di salute e conseguente piano di trattamento condiviso (pdtc) comporta un altro problema, quello legato alla comunicazione fra i diversi soggetti che si prendono cura della persona.
Come schematizzato qua sotto, normalmente le informazioni passano fra un operatore e l’altro insieme al paziente (
), in genere attraverso la cartella clinica o allegati.
Questo metodo, però, non ci soddisfa perché da una parte rischia di perdere di vista la strategia d’insieme legata al piano di trattamento condiviso e dall’altra interrompe quel confronto continuo che coinvolge il paziente ed i diversi operatori non solo rispetto l’ambito tecnico, ma anche rispetto il piano etico.
In pratica, anche se è vero che una otturazione prevede più o meno gli stessi passaggi, il fatto che questa sia inserita in un pdtc piuttosto che un altro cambia piccoli particolari dei quali bisogna tenere conto se si vuole che questa si integri nella strategia generale.
Dal punto di vista etico, poi, ha poco senso cercare l’alleanza terapeutica con il paziente in fase di pianificazione e rischiare di perderla durante la terapia perché il “team paziente-operatori” perde in sinergia e armonia.
Qui di seguito è di nuovo schematizzato come si è voluto cercare di ovviare a questo rischio.
(segue)